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Le finte riforme che blindano il potere: così si soffoca l'innovazione in politica e nel sindacato

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Le finte riforme che blindano il potere: così si soffoca l'innovazione in politica e nel sindacato

Ci sono giornate che, nella loro coincidenza, riescono a mostrare con assoluta chiarezza la direzione in cui sta andando un Paese.
L'11 settembre 2026 ne è un esempio perfetto: due vicende apparentemente distanti si sono intrecciate, rivelando la medesima matrice.
La prima scena si è svolta a Palazzo Madama. Il Senato ha votato a favore di una modifica alla legge elettorale che impone alle forze politiche non presenti nelle Aule la raccolta di almeno 6.000 sottoscrizioni per poter presentare una lista.
Si è parlato di un "segnale di apertura" rispetto all'ipotesi iniziale delle 9.000 firme.
Parallelamente, però, è stata cancellata la norma che mirava a frenare la proliferazione di liste civetta promosse dalle coalizioni già parlamentari.
La sintesi è evidente: chi sta già all'interno del sistema ottiene corsie preferenziali per espandersi, mentre chi si trova all'esterno è chiamato ad un'impresa titanica.
La seconda scena ha avuto come teatro la sede di Confindustria.
Quattordici sigle datoriali insieme alle tre principali confederazioni sindacali hanno riaperto i confronti per definire un accordo interconfederale sul tema della rappresentanza.
I resoconti stampa evidenziano un'atmosfera costruttiva e un fittissimo calendario di incontri (previsti il 17, 18, 21 e 22 settembre), in vista di un primo punto di svolta fissato per il 28.
Il fulcro delle trattative risiede nel documento datoriale dello scorso 10 luglio, contenente i parametri stabiliti per valutare chi possieda i requisiti di "maggiore rappresentatività comparata".
Elementi indispensabili per accedere alle consultazioni con le istituzioni, partecipare ai tavoli governativi ed esercitare un peso politico reale.
Vale la pena esaminare a fondo questi parametri, perché è proprio nella loro formulazione che emerge il vero obiettivo dell'operazione.

Due settori, una sola tattica escludente

Il parallelo tra le seimila sottoscrizioni in ambito elettorale e la seniority nel campo contrattuale non è una semplice licenza stilistica.
La logica di base è sovrapponibile: si impiega uno strumento apparentemente imparziale per alzare i costi di ingresso, permettendo ai soggetti già affermati di superarlo a costo zero e bloccando i nuovi arrivati.
Il tutto viene “venduto” come un'operazione di trasparenza per contrastare sigle fantasma o contratti pirata. In realtà, si sfrutta la necessità di rigore per difendere posizioni di rendita.
È fuori discussione che il dumping contrattuale e le formazioni politiche fittizie siano piaghe da debellare.
Tuttavia, la ricerca della qualità non può tradursi in uno sbarramento all'ingresso agganciato all'anzianità di servizio.
L'efficacia di un contratto collettivo si misura dai suoi contenuti e dai volumi di lavoratori protetti, non dalla data in cui chi lo ha sottoscritto ha aperto la propria sede.
Parallelamente, una forza politica deve essere valutata sull'adesione dei cittadini, non sulla sua presenza pregressa nelle aule parlamentari. Se la norma non serve più a promuovere l'eccellenza ma ad ostacolare la concorrenza, non ci troviamo di fronte a un sistema di regole, ma a una vera e propria barriera d'ingresso.

I parametri della rappresentanza: lo specchio di chi governa i tavoli

Il fattore prioritario prescelto è la seniority, ossia l'anzianità di presenza e la storicità dell'azione nel sistema delle relazioni industriali.
Segue l'inserimento all'interno degli organismi di rappresentanza europei accreditati al dialogo sociale nel Comitato Economico e Sociale Europeo (CESE).
Il terzo requisito è rappresentato dalla presenza di una rete ben strutturata di welfare integrativo nell'ambito della contrattazione (fondi sanitari, previdenziali, formativi e di sostegno al reddito).
Solo al quarto posto, classificato come semplice "parametro quantitativo", viene posizionato il totale dei lavoratori dipendenti concretamente tutelati dai contratti dell'organizzazione.
Se osserviamo questi requisiti con un approccio critico e privo di condizionamenti, l'anomalia appare immediata:

Anziché delineare criteri oggettivi di selezione, le tre condizioni "qualitative" compongono una sorta di identikit ad hoc delle forze negoziali che le hanno formulate.
Si tratta, di fatto, di una fotografia del passato usata come lasciapassare per il futuro. A coronamento di ciò, il quarto parametro — l'unico basato su cifre reali — viene marginalizzato ed è legato a fattori variabili come la tipologia aziendale o l'estensione dei settori, concedendo ampio margine discrezionale a chi detiene la gestione dei tavoli.

Il quadro costituzionale

I principi stabiliti dalla Carta Costituzionale delineano una prospettiva ben differente da quella tracciata dagli accordi di settore:

Questi capisaldi costituzionali poggiano su un'idea condivisa: la pluralità delle espressioni sociali non è una minaccia da contenere, ma la linfa vitale del sistema democratico.
Un'intesa negoziale stretta tra associazioni private — pur di rilievo nazionale — che arroga a sé il compito di decidere chi possa o non possa dialogare con le istituzioni pubbliche costituisce un abuso di ruolo.
Se il Governo ha deciso di sospendere la delega legislativa sulla rappresentanza per favorire la dialettica tra le parti sociali, queste ultime non corrispondono soltanto a chi oggi siede al tavolo delle trattative, ma a tutte le realtà rappresentative operative nel Paese.
Se l'esito della scelta dell'esecutivo è un impianto dove diciassette sigle decidono in autonomia le condizioni per estromettere le altre, non siamo in presenza di autoregolamentazione, ma di un sistema a cooptazione.

Conservazione al posto dell'innovazione

Il cambio di passo sbandierato sulle prime pagine nasconde una sostanziale immobilità.
Le modalità e gli slogan si aggiornano, ma la sostanza rimane inalterata: il controllo e la gestione della rappresentanza restano congelati nelle mani degli stessi attori.
Con un peggioramento decisivo: quello che fino ad ieri era un ostacolo di fatto, si trasforma ora in una regola formale.
Eppure l'innovazione delle relazioni industriali è viva e presente nel mercato reale:

Tutte queste risposte concrete sono state elaborate in questi anni proprio dalle organizzazioni indipendenti e dinamiche, sciolte dai vincoli dei vecchi apparati.
E sono esattamente queste le realtà che i nuovi requisiti puniscono in partenza.

Le proposte concrete per un cambiamento reale

Valutare il peso effettivo delle rappresentanze è doveroso. Il Comitato Art. 39, al quale aderiscono oltre 70 organizzazioni datoriali e sindacali, non rifiuta i controlli: chiede criteri equi ed efficaci.
Serve un percorso alternativo e trasparente:

La medesima logica deve applicarsi alla sfera politica: se l'obiettivo del raccogliere le firme è prevenire candidature poco serie, occorre fissare tetti minimi alla portata di tutti, sfruttabili con modalità digitali certificate e trasparenti, senza concedere privilegi automatici a chi è già presente nelle istituzioni.
L'obiettivo di proteggere i propri ambiti di influenza da sguardi esterni non verrà mai dichiarato apertamente nelle sedi ufficiali. Tuttavia, è l'effetto concreto prodotto dalle riforme in discussione.
Chi ha a cuore la partecipazione reale e il pluralismo deve far sentire la propria voce adesso, chiarendo a tutti quali siano le conseguenze delle decisioni in atto mentre si ostenta “cauto ottimismo”.

Roberto Plini, Presidente Nazionale ValItalia PMI