Nel complesso panorama degli strumenti di flessibilità messi a disposizione dall'ordinamento italiano, il contratto di lavoro intermittente — comunemente definito "a chiamata" o job on call — costituisce una fattispecie contrattuale pensata per rispondere alle esigenze organizzative di quelle imprese la cui attività non si sviluppa secondo ritmi continui o linearmente programmabili.
Disciplinato in via organica dagli articoli da 13 a 18 del Decreto Legislativo n. 81 del 2015, questo istituto permette al datore di lavoro di ingaggiare il dipendente per lo svolgimento di prestazioni di carattere discontinuo, garantendo la copertura legale dell'attività ed evitando di dover ricorrere a forme contrattuali rigide o non adeguate all'effettiva frequenza dell'operatività aziendale.
La caratteristica strutturale che distingue il lavoro intermittente da ogni altra tipologia di lavoro subordinato risiede nella discontinuità della prestazione: il rapporto di lavoro resta attivo sotto il profilo contrattuale, ma la prestazione lavorativa vera e propria si attiva unicamente a fronte della chiamata da parte dell'azienda.
In sede di stipula del contratto individuale, le parti sono chiamate a definire l'assetto del rapporto, il quale può declinarsi in due distinte modalità negoziali, a seconda delle esigenze di presidio operativo dell'impresa.
La prima modalità, più diffusa nella prassi, non prevede per il lavoratore l'obbligo contrattuale di rispondere alla chiamata aziendale.
In questo contesto, l'impresa formula la richiesta di prestazione in base alle proprie necessità di carico di lavoro e il lavoratore conserva la facoltà di accettare o rifiutare la singola convocazione.
In questa specifica ipotesi, la retribuzione e i contributi maturano e vengono erogati esclusivamente per le ore o le giornate di effettivo servizio reso.
La seconda modalità prevede invece la pattuizione espressa dell'obbligo di disponibilità. Il lavoratore si vincola contrattualmente a garantire la propria reperibilità e a rispondere tempestivamente alla chiamata dell'azienda entro i termini stabiliti nel contratto.
A fronte di questa limitazione della propria libertà personale durante i periodi di inattività, al lavoratore viene riconosciuta un'indennità mensile di disponibilità, la cui misura minima è determinata dalla contrattazione collettiva di settore o, in mancanza, da appositi decreti del Ministero del Lavoro.
Qualora il lavoratore, pur essendosi obbligato a garantire la disponibilità, rifiuti ingiustificatamente la chiamata, può andare incontro alla risoluzione del contratto per giustificato motivo e alla restituzione dell'indennità percepita per il periodo di inadempimento.
L'ordinamento riserva il ricorso al lavoro intermittente a fattispecie ben delimitate, con l'obiettivo di impedire che uno strumento pensato per la discontinuità si trasformi in una modalità ordinaria di reclutamento della manodopera.
A tal fine, il legislatore ha individuato due distinti canali di accesso.
Il primo canale si basa su presupposti di natura oggettiva.
Il contratto può essere stipulato per il soddisfacimento di esigenze individuate dai Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (CCNL).
In assenza di una specifica regolamentazione all'interno del CCNL applicato dall'azienda, l'individuazione delle attività discontinue resta provvisoriamente ancorata alla tabella allegata al Regio Decreto n. 2657 del 1923, la quale elenca le occupazioni che richiedono un lavoro discontinuo o di semplice attesa o custodia.
Il secondo canale prescinde dalle mansioni svolte ed è ancorato a presupposti di natura soggettiva, legati all'età anagrafica del lavoratore.
Il contratto intermittente può essere sempre concluso:
Oltre ai requisiti d'accesso, il quadro normativo fissa un tetto quantitativo perimetrato nell'arco del tempo.
Ciascun lavoratore non può svolgere, con il medesimo datore di lavoro, un numero di giornate superiore a quattrocento giornate di lavoro effettivo nell'arco di tre anni solari.
Il calcolo di questo plafond temporale avviene su base rolling (a scorrimento) nell'arco del triennio.
Il superamento del limite delle quattrocento giornate comporta una sanzione di natura sostanziale estremamente rilevante per l'impresa: la trasformazione automatica del rapporto di lavoro in un contratto a tempo pieno e indeterminato a far data dal giorno in cui si verifica il superamento del limite.
È fondamentale evidenziare che la legge prevede una deroga espressa a tale limite temporale per i settori del turismo, dei pubblici esercizi e dello spettacolo.
Per le aziende operanti in questi comparti, la soglia delle quattrocento giornate non trova applicazione, proprio in virtù della connaturata stagionalità e variabilità delle attività svolte.
La legge individua alcune fattispecie in cui il ricorso al lavoro intermittente è vietato in modo assoluto, a prescindere dal settore o dalle caratteristiche anagrafiche del lavoratore.
La stipula del contratto è vietata:
Quest'ultimo divieto merita una particolare attenzione operativa: la mancanza del DVR non comporta soltanto una sanzione amministrativa, ma invalida la causale di ricorso al contratto intermittente, esponendo l'azienda al rischio di riqualificazione del rapporto in lavoro subordinato ordinario a tempo indeterminato
L'impiego concreto del lavoratore intermittente impone una rigorosa gestione dei flussi informativi verso gli organi di vigilanza.
Prima dell'inizio di ciascuna prestazione lavorativa, o di un ciclo integrato di prestazioni non superiori a trenta giorni, il datore di lavoro ha l'obbligo di inviare la comunicazione preventiva all'Ispettorato Territoriale del Lavoro (ITL) competente.
La comunicazione deve essere trasmessa attraverso i canali telematici messi a disposizione dal Ministero del Lavoro (portale Cliclavoro, e-mail certificata o apposita applicazione per dispositivi mobili) e deve contenere la data di inizio e di fine della prestazione, oltre ai dati identificativi del lavoratore.
L'omissione di questa comunicazione comporta l'applicazione di una sanzione amministrativa pecuniaria che va da 400 a 2.400 euro per ciascun lavoratore per il quale è stata omessa la comunicazione, senza possibilità di diffida.
Sul piano del trattamento economico e normativo, trova piena applicazione il principio di non discriminazione.
Il lavoratore intermittente non deve ricevere un trattamento complessivamente meno favorevole rispetto al lavoratore di pari livello assunti a tempo determinato o indeterminato.
Tutti gli istituti retributivi e contrattuali — dalle ferie ai permessi, dalla tredicesima e quattordicesima mensilità al Trattamento di Fine Rapporto (TFR), fino alle indennità di malattia e infortunio — spettano al lavoratore intermittente in misura proporzionale all'attività lavorativa effettivamente prestata, in particolare con riferimento alle ore complessivamente lavorate nel mese o nell'anno di maturazione.
In conclusione, il contratto di lavoro intermittente rappresenta un presidio di flessibilità indispensabile per la gestione delle variabilità operative aziendali.
Tuttavia, la rigidità delle formalità preventive e la severità delle sanzioni legate al superamento dei limiti di legge o al mancato rispetto dei divieti impongono alle direzioni aziendali e agli uffici delle risorse umane una programmazione attenta e una gestione amministrativa puntuale.
